XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
- sgiuseppesv7
- 29 lug 2025
- Tempo di lettura: 5 min

Se domenica scorsa il tema delle letture era chiaramente l'accoglienza, questa domenica l'accoglienza assume due sfumature che hanno un profondo sapore evangelico:
Accoglienza che si fa intercessione e misericordia,
Accoglienza che che si fa confidenza.
Il racconto di Sodoma e Gomorra è un racconto complesso che ha moltissimi spunti al suo interno. Sono due città pagane e nell'ottica ebraica tutto ciò che è pagano è peccaminoso.
Nel racconto Dio finge di voler andare a vedere la situazione di Sodoma e di Gomorra. Dio ha bisogno di questo? Assolutamente no! È in realtà un'occasione per verificare il cuore di Abramo, per verificare se Abramo sta camminando su uno stile che è quello di Dio.
Sappiamo da Gesù che il grande peccato per cui Sodoma e Gomorra non vengono perdonate è il peccato di inaccoglienza degli stranieri.
Questo peccato è così grave perché presuppone un atteggiamento del cuore non incline al cambiamento e non incline alla conversione.
Abramo viene messo alla prova sul suo cuore e supera questa prova a pieni voti. Invece di farsi i fatti suoi, invece di tentare di salvare solo Lot suo parente dalla distruzione; lui si mette a contrattare con Dio sulla salvezza di queste città. Si ferma nella contrattazione solo arrivato al numero 10, perché? Perché 10 maschi era il numero legale minimo per cui una comunità ebraica potesse pregare o fare qualunque altra cosa.
Questo racconto di Genesi ci dice che Abramo arriva a fare tutto ciò che è in suo potere pur di salvare questo popolo di pagani e di stranieri.
Questo dialogo tra Abramo e Dio dice moltissimo della dinamica di vita di fede che vive questo patriarca: dice l'intimità con Dio, dice la sua capacità di accogliere il diverso e di empatizzare, dice l'umiltà di mettersi in discussione e dice anche una fede che ormai è divenuta relazione di amicizia.
Tutto questo ci viene raccontato perché possa essere un esempio percorribile anche da noi!
Guardate che non è troppo diverso da quello che Gesù vuole insegnare ai suoi discepoli e che per tre anni mostra come esempio di vita.
Trovo del tutto affascinante il fatto che davanti alla richiesta dei discepoli di Gesù di insegnare loro a pregare, lui non si limita a fare il compitino insegnando loro a pregare… il Signore fa qualcosa di più e mostra quale atteggiamento di vita deve accompagnare questo stile di preghiera.
Adesso voglio fare una piccola parentesi sul Padre Nostro che è funzionale alla predica, ma che credo che sia ancora più funzionale sul nostro modo di pregare anche a messa.
Non ho intenzione di mettermi qui a fare un'esegesi del Padre Nostro, ci sono persone più esperte di me e ci sono pubblicazioni che potete trovare facilmente, ma vi do alcuni stimoli.
Con il Padre Nostro noi non stiamo pregando Gesù bensì il Padre. Nel Padre Nostro noi stiamo al posto di Gesù e chiediamo al Padre un sacco di cose, chiediamo tante cose con confidenza e dovremmo avere l'atteggiamento del cuore di chi sa che il proprio papà è buono e che gli darà quello che chiede;
Il Padre Nostro nella liturgia ci è consegnato in un modo ben preciso e ha delle ragioni ben precise. Non si può vomitare a velocità supersonica il Padre Nostro, ma va meditato altrimenti è una formula che non serve a nulla. Il Padre Nostro si recita insieme come comunità! Non dici “Padre mio”, bensì dici “nostro”. Questo vuol dire che si prova ad andare tutti allo stesso tempo, che non si corre e che ci ricordiamo che stiamo pregando insieme.
Il Padre Nostro ci viene consegnato dalla Chiesa e va recitato alzando le mani. Non è un optional perché è preghiera del corpo. Del resto non è un optional cantare e rispondere perché allora stattene a casa se fai diversamente. Alzare le braccia è come l'abbraccio! Poi ché le alzi di più, di meno, le allarghi oppure no… è un altro discorso. Non stare però con le braccia chiuse, alza le braccia. L'unico abuso consentito è il prendersi la mano che rafforza il vincolo di fraternità tra noi;
Nella messa il Padre Nostro non finisce con la parola “amen”. Se lo stai recitando da solo, nel rosario, in altre forme di preghiera comunitaria allora si conclude con quella parola altrimenti no. Il motivo è che il prete subito dopo fa un ampliamento nella preghiera del Padre Nostro, fateci caso oggi.
I discepoli chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare e Gesù insegna questa meravigliosa preghiera, ma decide di ampliarla con una sorta di parabola.
Il Signore fa degli esempi negativi per esaltare, nel meccanismo del paradosso, la bontà di Dio.
Allo stesso tempo Gesù sa perfettamente che noi viviamo nella dinamica di frustrazione perché abbiamo la sensazione di non essere accolti ed esauditi in ogni nostra singola richiesta.
Così ci parla della perseveranza del bussare e dell'insistere.
Spesso la preghiera è qualcosa che facciamo in modo sbagliato chiedendo roba assurda. Il Signore spesso ascolta le nostre richieste, ma non le esaudisce così come le chiediamo e come le vorremmo noi.
È frustrante, noi però dobbiamo continuare a pregare e a chiedere, ma quando ci accorgiamo di non venire esauditi dobbiamo fare discernimento su cosa stiamo realmente chiedendo.
In un film americano protestante ci sono due pastori che ripetono spesso questa frase “Dio è buono in ogni momento e in ogni momento Dio è buono”.
È una frase che dice profondamente e completamente l'identità di Dio, allora veramente se Dio è così buono non possiamo dubitare che anche i suoi "si" o i suoi “no” espliciti siano a nostro beneficio.
I buoni genitori sanno dire dei sì e dei no, ma non di meno provano ad amare. Spesso i buoni genitori sbagliano e feriscono senza volerlo.
Dio non è così! In lui c'è sempre la visione del beneficio per noi, che noi riconosciamo questo beneficio oppure no.
Anche noi siamo provati nella nostra fede e nella nostra vita da Dio, non con punizioni, bensì attraverso le relazioni… così come è successo ad Abramo.
Allora prima di dire che Dio non ci ascolta mai, verifica in che modo tu sei in relazione con lui. Se la tua relazione è quella dello schiavo allora mi viene da dirti che fa bene a non ascoltarti. Se la tua relazione è quella di paura allora fa bene a non ascoltarti. Se invece la relazione è quella di amicizia o di figliolanza sana, beh allora si aprono domande molto diverse e soprattutto si aprono prospettive molto diverse.
Noi rischiamo di essere una chiesa che fa tante messe, riti, adozioni e formule, ma che non sa più pregare né comunitariamente né personalmente.
Forse rischiamo di essere anche una chiesa che recita formule ma non sa più vivere una fraternità autentica.

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